RIO PRAMAERA

RIO PRAMAERA

lunedì 7 giugno 2010

L' EVOLUZIONE


DA DOVE NASCE
Nasce ai piedi di Urzulei, un paesino tra le montagne, a circa 30 Km dalla sua foce, per poi incontrarsi con un altro affluente proveniente da Talana dove a pochi chilometri ancora più a valle s’incontra con un altro affluente, di cui l’incontro viene chiamato “Is Aggiunturas”; Scorrendo su colline e pianure incontaminate arriva presso al paesino di Lotzorai con il nome “Rio Pramaera”(in origine col nome ’PALMERA’ o ’PALMAERA’) che costeggiandolo negli ultimi 500 metri delizia la vista di chi lo osserva, della sua straordinaria bellezza e naturalezza.
L’ultimo tratto fino alla foce del fiume viene chiamato con il nome della località : “Rio Pollu”.

FLORA E FAUNA


Il Rio Pramaera oltre a offrire varie specie di pesci (tra cui anguille, trote, cefali, latterini, spigole, e nel periodo estivo con la risalita dell’ acqua di mare anche granchi, sogliole, triglie, orate e vongole) offre un posto di ristoro a tantissimi animali acquatici, migratori e non (come gli aironi: aironi cenerini, garzette, tarabuso, airone rosso; svassi, folaghe, pollo sultano, cavaliere d’italia, gallinelle d’acqua, martin pescatore, cannaiole e varie specie di anatre: tra cui germano reale, morette, azzaiole, capo verde) i quali si possono osservare mentre conducono la loro vita pacata passeggiando lungo la costa del fiume sotto un bosco di Olmi, Ontani, Oleandri e Salici che gli fanno da riparo. Uno spettacolo straordinario che la natura ha messo a disposizione di chi ama stare a contatto con un mondo che dà tanto senza pretenderne niente in cambio.

ALCUNI UCCELLI CHE POPOLANO IL RIO PRAMAERA

AIRONE CENERINO

Gli Aironi sono tra gli uccelli più appariscenti e riconoscibili delle zone umide italiane.
L’Airone Cenerino è un grande uccello di palude appartenente alla famiglia degli Ardeidi (o Aironi). Gli adulti (che raggiungono un metro di altezza) hanno il dorso color cenere e il collo biancastro striato di nero; un lungo pennacchio nero parte dietro l’occhio e scende fino sulla nuca in un ciuffo di penne filiformi. Sul petto ha ciuffi di penne bianche strette e allungate; gli occhi sono gialli, il becco paglierino e le zampe marroncine.
Ha volo maestoso, con battiti d’ala lenti e profondi, a zampe distese dietro il corpo, testa e collo incassati tra le spalle. Il becco è giallo, robustissimo, adatto a trafiggere in un colpo solo i pesci, gli anfibi, i rettili e i piccoli mammiferi di cui si nutre.
Nidifica in colonie su salici o pioppi: la femmina depone 3-5 uova in febbraio-marzo in grandi nidi (che con l’ambiente attorno vengono chiamate garzaie e ospitano più specie di aironi) che vengono usati per più anni.
L’Airone cenerino è il più comune tra gli aironi europei e il suo numero pare in costante aumento.

AIRONE ROSSO:

E’ un poco più piccolo dell’airone cenerino e più scuro, sul bruno-rossiccio; ha il collo striato di nero e sempre tenuto piegato a “S”, anche quando è in riposo. In volo, il collo è meno sporgente che nell’airone cenerino. Bruno-ruggine sotto, ha lunghe penne ornamentali bruno-marroni sulle spalle.
Predilige i canneti fittissimi, in cui costruisce - sempre in garzaia - il suo nido; è difficile stabilirne con buona approssimazione la consistenza numerica per la difficoltà di accesso alle colonie.

GARZETTA:

La Garzetta è un piccolo airone bianco candido (50-60 cm) di ambiente umido. Molto snella, ha becco e zampe neri e piedi gialli.
Durante il periodo della riproduzione ambedue i sessi “sfoggiano” le aigrettes, due lunghissime penne candide che scendono dal capo, e altre a coprire il dorso fin oltre la coda. La Garzetta si ciba di piccoli pesci, larve e crostacei che trova nelle acque basse e aperte; a volte capita che la preda venga trafitta dal becco potente e appuntito con un improvviso movimento del capo. Cova 4-5 uova verdicee. Nidifica in colonie miste insieme ad altre specie, costruendo grandi nidi tra i cespugli più alti o fra i rami dei salici e dei pioppi.

GALLINELLA D'ACQUA:

La Gallinella d’acqua appartiene alla famiglia dei Rallidi; è un uccello dall’aspetto massiccio (33-34 cm di lunghezza), con il piumaggio del corpo nero e quello del sottocoda bianco candido. E’ inconfondibile per la larga placca frontale rossa; anche il becco è rosso vivace, con la punta gialla. Le zampe sono verdi e non palmate, con una striscia rossa sopra l’articolazione e le dita sono lunghissime cosa che le permette di camminare agilmente tra la vegetazione palustre.
Abita i canneti e i prati vicini ai corsi d’acqua, ma la si vede anche in stagni artificiali e perfino nei parchi; è infatti un uccello molto adattabile che s’accontenta di piccoli spazi e tollera relativamente bene anche l’inquinamento.
E’ un abile nuotatrice, ma si tuffa solo in caso di pericolo. Sul terreno ha un’andatura particolare, con la coda che si alza e si abbassa ritmicamente; per alzarsi in volo ha bisogno di prendere la rincorsa. Il volo è lento, con le zampe pendenti, spesso radente la superficie dell’acqua.
Si nutre di vegetali, molluschi e insetti.
Depone da marzo a giugno 7-9 uova tra le canne o nella vegetazione ripariale (e persino tra le erbe, sugli arginelli delle risaie) compiendo 2-4 covate all’anno.

TARABUSO:
Il Tarabuso appartiene alla famiglia degli Ardeidi. E’ un uccello solitario e riservato molto raro in Italia,della lunghezza di quasi 80 cm, con piumaggio prevalentemente ruggine e giallo–marroncino, macchiettato e striato. Gli occhi sono gialli come il becco, mentre le gambe sono verdi con le articolazioni gialline. Vive quasi sempre nascosto nelle paludi, nel folto dei canneti,dei pantani e negli acquitrini.
Nel periodo dell’accoppiamento il maschio tiene concerto di giorno e di notte. Il nido accoglie una covata di 3-5 uova che la femmina incuba per quasi un mese. A 14 giorni i piccoli sono già in grado di arrampicarsi sulle canne.


CANNAIOLA MAGGIORE:

E’ un uccello estivo lungo circa 20 cm; presente in tutta europa, vive di preferenza tra i canneti nelle immediate vicinanze dell’acqua, dimostrando una singolare abilità nell’arrampicarsi e scivolare su e giù dalle canne.
La testa è allungata, con la fronte schiacciata; il piumaggio è bruno scuro superiormente, bianco-giallo ruggine inferiormente. E’ facilmente riconoscibile per una evidente stria retroculare chiara.
Nidifica sempre tra le canne, costruendo il tipico nido sospeso con le canne incorporate a mo’ di pilastri.
Un’altra specie viene chiamata cannaiola comune, lunga circa 13 cm, è meno legata alle canne; a volte, infatti, costruisce il nido (più leggero e piccolo) anche tra i cespugli sulla riva. Simile d’aspetto alla cannaiola maggiore, se ne distingue per l’assenza della stria retroculare; ha invece un cerchio bianco intorno agli occhi.

MARTIN PESCATORE:

Il Martin Pescatore è un bellissimo uccellino delle zone umide, dei laghi e dei corsi d’acqua, che appartiene alla famiglia degli Alcedinidi.
E’ un cattivo corridore, e anche un goffo arrampicatore: la sua unica arma è la pazienza con cui attende la preda. Il nome gli viene infatti dalla particolare tecnica con cui si procura il cibo, restando a lungo in agguato sui rami sopra a un corso d’acqua fincchè non si tuffa repentinamente a pescare un pesciolino con il becco robusto, simile a una corta spada.
Spesso si ferma in volo sopra la superficie dell’acqua in una posa caratteristica (a “spirito santo”).
Poco più grande di un passero (16 cm), ha un piumaggio molto appariscente: dorso color azzurro-turchese con riflessi metallici, gola e macchia sul collo bianche; petto, fianchi e sottocoda color rosso mattone. La testa è piuttosto grande rispetto al resto del corpo.
Sia maschio che femmina scavano nelle sponde scoscese dei corsi d’acqua cunicoli lunghi anche un metro e leggermente in salita che, alla fine, accoglieranno le 6-7 uova bianchissime per ognuna delle due covate.


LA FOLAGA:

Molto comuni e numerose nel Rio Pramaera; è un uccello acquatico delle dimensioni di un’anatra (circa 40 cm), che appartiene alla famiglia dei Rallidi; ha il piumaggio uniformemente nero con una grande placca bianca sulla fronte che la rende facilmente riconoscibile.
Il becco è biancastro e gli occhi rosso chiaro; le zampe grigio-verdi, lunghe, e le dita munite di membrane per poter camminare sulla vegetazione acquatica. Discreta tuffatrice, è in grado di resistere sott’acqua anche per mezzo minuto, “remando” con le ali. Si nutre soprattutto di vegetali acquatici, ma anche di lumache, insetti, larve e piccoli crostacei.
Durante la stagione invernale forma grossi branchi, spesso con le anatre con cui condivide l’habitat. Depone 5-16 uova, incubate da entrambi i genitori per circa 21 giorni. I piccoli dopo pochi giorni sono già in grado di seguire i genitori in acqua. Se snidata scappa “camminando” sull’acqua per un buon tratto prima di riuscire a prendere il volo; fugge sempre verso il canneto, dal quale alza le sue vivaci proteste.

CAVALIERE D'ITALIA:

Appartiene alla famiglia dei Recurvirostridi, uccelli grandi circa come tortore, con il becco e le zampe lunghissime.
Molto elegante, possiede una livrea che lo rende inconfondibile: il dorso e le copritrici superiori delle ali color nero uniforme, le lunghe zampe rosse e un becco dritto e sottile che usa per scandagliare il fondo delle paludi alla ricerca degli invertebrati di cui si nutre: insetti acquatici e piccoli molluschi, anche se apprezza anche ragni e piccoli insetti terrestri.
E’ un uccello di ripa, e nidifica in colonie molto numerose e rumorose a causa degli incessanti stridi che la animano durante il periodo degli accoppiamenti. Quando già se ne paventava l’estinzione, il cavaliere d’Italia è tornato a nidificare nel nostro paese e ora è abbastanza comune incontrarlo in molte paludi della penisola, tanto che la popolazione italiana nidificante (che tende ad aumentare) è la seconda per importanza in Europa, dopo quella spagnola.
Le colonie più numerose si trovano nell’Emilia-Romagna orientale, in prossimità del delta del Po e nelle lagune dell’Argentario.

POLLO SULTANO:
Pochi conoscono il Pollo sultano, eppure è uno dei più belli e colorati abitanti delle zone umide mediterranee. Con il suo piumaggio blu e porpora dai riflessi turchesi che contrasta col bianco candido del sottocoda e con il rosso brillante delle zampe e del becco, sembra una esuberante meraviglia tropicale finita per errore in mezzo alla nostra sobria fauna temperata.
Il Pollo sultano è un Rallide così come le più famigliari Folaga e Gallinella d’acqua. E’ strettamente legato agli ambienti palustri ed in particolare ai densi canneti.
Quì nidifica in nidi costituiti da ammassi di vegetazione palustre e qui trova i suoi alimenti preferiti: germogli e semi di vegetazione acquatica e palustre ma anche insetti, molluschi e pesci morti. Le sue grandi zampe dotate di lunghissime dita sono altamente adattate a camminare sulla vegetazione galleggiante in cui svolge gran parte della propria vita. Tende infatti a volare poco e a spostarsi essenzialmente a piedi all’interno dei folti canneti. La forte dipendenza del Pollo sultano dalle zone umide è all’origine del suo declino. Questi ambienti si sono fortemente ridotti, infatti, nel corso dell’ultimo secolo in seguito ad ampi progetti di bonifica. Ove sono rimasti ancora l’habitat adeguati, la specie è spesso stata eliminata dagli eccessi della caccia. Scomparso da buona parte del suo areale inclusa l’Italia peninsulare e la Sicilia , resiste solo in nord Africa, in Spagna e in Sardegna.

ANATRE:

Le Anatre sono uccelli chiamati “acquatici” perché è soprattutto lungo i fiumi, i laghi, le paludi e le coste che trovano cibo e rifugio adatti alle proprie necessità.
Questi uccelli hanno una struttura corporea generalmente massiccia e hanno evoluto piedi palmati per nuotare velocemente e lunghi colli mobilissimi per rovistare nell’acqua e frugare nel fondo alla ricerca di cibo. Il becco appiattito di molte specie ha all’interno un bordo di placchette cornee, che serve a trattenere gli insetti e le piante raccolti in acqua.
Tutte hanno un volo sostenuto e pesante, con battiti d’ala non frequenti, che consente loro di coprire senza affaticarsi troppo le lunghe distanze della migrazione annuale.Alcune specie, dette stanziali, vivono tutto l’anno nelle nostre acque.
Una delle caratteristiche principali delle anatre è quella che i due sessi hanno differenti colorazioni, con il piumaggio dei maschi ben più vistoso di quello delle femmine.
Nella stagione riproduttiva la maggior parte dei maschi sfoggia un piumaggio particolarmente variopinto e lucente per attirare e corteggiare la femmina; le femmine, invece, tendono ad avere tutto l’anno un piumaggio mimetico e uniforme, cosa che le rende quasi invisibili ai predatori durante la lunga cova.
In Italia si distinguono due gruppi principali di anatre: di superficie e tuffatrici.
Le anatre tuffatrici, sono in grado di immergersi completamente in acqua alla ricerca di cibo, “remando” vigorosamente con le zampe. Vivono in acque più profonde delle anatre di superficie e si alzano in volo dopo lunghe rincorse sull’acqua.
Le anatre di superficie (ad es.Germano Reale), invece, sono caratterizzate dal fatto che di solito non si tuffano mai completamente, ma si immergono solo con la metà anteriore del corpo per setacciare l’acqua e il fondo con il becco; prediligono le acque poco profonde e a terra si muovono goffamente; quando si alzano in volo dall’acqua, però, lo fanno senza prendere la rincorsa e alzandosi quasi verticalmente. Cercano il cibo sulla superficie dell’acqua setacciandola con il becco, che ha funzione di filtro.

GERMANO REALE:

Il Germano Reale è un’anatra di superficie ed è la più comune delle anatre selvatiche, la più conosciuta ed è anche quella più diffusa in Europa. E’ la capostipite di tutte le anatre domestiche.
Lungo circa 60 cm, il maschio ha un piumaggio nuziale vistoso con capo verde scuro metallico che contrasta con il grande becco giallo; anche il collo è verde e “separato” dal resto del corpo da un collarino bianco. Il petto è marrone, la coda bianca con penne centrali nere a ricciolo. Lo specchio è azzurro-bianco; la femmina ha colori meno appariscenti. Le zampe sono arancione vivo.
Vive in paludi, stagni, fiumi e canali e perfino sui litorali marini ma, grazie alla sua grandissima adattabilità, si accontenta anche dei laghetti dei parchi o dei giardini.
Nidifica nelle zone umide e cova 8-12 uova per quasi un mese; in questo periodo il maschio perde le remiganti e non è più in grado di volare, e assume un piumaggio più mimetico. E’ un’anatra sedentaria in quasi tutta l’Italia; è un eccellente nuotatrice, e anche per il cibo è largamente adattabile: preferisce “pescare” tenere piante acquatiche e semi, ma può anche pascolare nei prati e mangiare crostacei, insetti e scarti del cibo umano.

TUFFETTO (SVASSO PICCOLO):

Il tuffetto è un uccello acquatico (il più piccolo degli svassi, 25 cm circa), molto abile nel nuoto anche in profondità, ma non nel volo.
Lo si distingue dalle anatre per via della coda molto più corta e del becco più appuntito, oltre che dalle dita lobate vece che palmate (cioè le membrane attorno alle dita non le uniscono tra loro in un’unica “pinna”).
D’inverno è color castano rossiccio, con il ventre bianco; d’estate ha il dorso molto scuro, con una parte del capo e del collo castano rossiccio, e il ventre nerastro con riflessi argentati; all’altezza del gozzo è bruno scuro; caratteristica è la zona chiara alla base del becco.
Il suo richiamo è un forte trillo, spesso prolungato; piuttosto timido, evita l’acqua aperta.
Vive e nidifica in stagni, paludi e acque morte; si nutre di insetti, larve, piccoli crostacei, girini e piccoli pesci.
Il nido, fatto d’erbe e di canne, è grande come un piatto e galleggia sulle acque. Ambedue i genitori covano per 20 giorni le 5-6 uova.
A differenza delle anatre, gli svassi non volano frequentemente, ma si tuffano in profondità con grande naturalezza. Li si riconosce dal forte becco rosso appuntito, il collo sempre eretto, la sagoma priva di coda e i piedi non palmati ma lobati, cioè con membrane attorno a ciascun dito.

CIGNO:

Alla nostra sinistra possiamo notare uno splendido esemplare di Cigno, che fino a un anno fa circa coabitava con gli altri inquilini del posto rendendo l’ambiente ancora più suggestivo. Purtroppo però è venuto a mancare in una apparentemente tranquilla domenica di fine estate a causa si suppone di un anonimo cacciatore.
Passeggiare lungo il fiume e scorgerlo sul pelo d’acqua mentre si puliva le sue bianchissime ali era uno spettacolo insolito che evidentemente destava un po’ d’invidia.
Ci rimane la speranza di vederne presto un altro esemplare.



L'EVOLUZIONE



Il “Pramaera”, bisognoso di tante cure e attenzioni come tutti gli ecosistemi esistenti, si trova in contrasto con un mondo che vorrebbe trasformarlo in un futuro e moderno porticciolo per poter attirare, a detta di molti quelle persone che certamente sì, arriverebbero con un panfilo sontuoso e un’apparente voglia di spendere ma che avendo a disposizione già un’ imbarcazione super fornita di tutti i confort si fermerebbe sulla costa solo per una rapida bibita ghiacciata per poi riprendere la sua corsa in altri posti più ricchi.
Nel corso degli anni la struttura del fiume si è via via trasformata a causa non soltanto del clima del posto un po’ ballerino, infatti più a monte si apre uno scenario quasi irreale, perché ci si rende conto che lì dove prima scorreva il fiume sotto una fitta vegetazione di Ontani e Olmi, dove la fauna viveva indisturbata e le specie migratorie venivano a nidificare, ora al posto della natura vi è la civiltà con tutto ciò che può comportare, per mano di coloro che hanno rinforzato gli argini con il calcestruzzo, causando la morte e l’ immigrazione di tutti quegli animali acquatici che vi abitavano.
La“cementificazione” del Rio Pramaera è stata fatta con lo scopo a detta di alcuni di salvaguardare il fiume stesso e di recuperare più terreni agricoli, raccogliendo nel minor spazio possibile il letto del fiume; ma con il passare degli anni, i terreni agricoli non potendo usufruire più del limo trasportato dalle inondazioni sono risultati meno fertili. Nel 1993 a seguito di una pioggia torrenziale della durata di circa 6 ore, il fiume non potendo contenere le sue acque all’interno del proprio letto prendendo velocità straripò dagli argini spazzando via tutto ciò che incontrava per la valle rivelandosi dannoso sia per l’habitat acquatico che per l’uomo.
Ma soprattutto per il concessionario del fiume che avendo il suo casottino ai piedi del Rio pramaera, nonostante fosse rialzato lo spazzò via in un paio di minuti con tutta l’attrezzatura da pesca che vi era all’interno e nei pressi. Aggiungi immagine


Il Rio Pramaera, con uno sbocco sul mare garantisce la continuità di tutte le specie sia animali che vegetali che vi abitano e che fanno da sfondo in questo lungo specchio d’acqua. Al suo interno vi si trovano 2 insenature, anch’esse salvaguardate da chi per anni ha dimostrato di amare la natura con tutto ciò che può comportare.
Ma se andiamo a rovistare nelle fotografie aeree di anche solo 20 anni fa ci accorgeremo che il fiume attuale ha subito molte più modifiche di ciò che si crede.
Nella foto a fianco possiamo notare un altro ramo del fiume, che se per molti è sconosciuto per tanti turisti era l’occasione per immergersi e addentrarsi nella natura tramite una barchetta a remi, con l’unica preoccupazione di dover inchinare la testa ogni qualvolta che si passava nella fitta vegetazione; e che ha subito modifiche non a causa delle condizioni atmosferiche, ne a causa del Consorzio di Bonifica che nel ’86 ha avuto la pessima idea di cementificare il letto del fiume (come si può anche vedere nella foto in alto), bensì a causa della sconfinata avidità dell’uomo.
I proprietari dei terreni confinanti con il fiume, non soddisfatti del loro pezzo di terra, con l’aiuto di qualche amico politico, giorno dopo giorno, poco alla volta ricoprirono tratti di fiume prosciugandolo con materiale (pezzi di asfalto) preso qua e là dai lavori delle strade del paese stesso ampliando i loro terreni indisturbati, e in seguito facendo domanda di sdemanializzazione cercando di dimostrare che in quel tratto il fiume non era mai passato.
Ma si sa il fiume deviato è come un boomerang torna sempre alla sua origine. Nella foto a fianco possiamo notare i vari danni alle sponde causati dall’alluvione del ‘93.
Costringendo il fiume a un percorso obbligatorio e usuale quest’ultimo si è visto costretto a rimpossessarsi del suo vecchio percorso rompendo gli argini e tracimando nei terreni attigui nel punto stesso in cui era stato interrotto.

LE VARIE SPECIE DI PESCI NEL RIO PRAMAERA

ANGUILLA
Considerato un pesce pregiato non solo per la sua carne gustosa e qualche volta un po’ grassa, ma per la sua particolare storia che la distingue da tutte le altre specie.
Sono generalmente definite pesci d’acqua dolce, anche se in realtà la loro vita trascorre in queste acque solo in funzione del loro ritorno al mare dei Sargassi, la leggendaria distesa d’acque calme e popolate da alghe, che i venti e le correnti hanno creato proprio al centro dell’Atlantico settentrionale.
L’anguilla generalmente vive nei fiumi e nei ruscelli, in questo ambiente di acqua dolce restano dai 5 ai 20 anni, il tempo necessario per raggiungere la maturità sessuale; dopo di che un orologio interno ordina alle anguille di tornare all’oceano. Cambiano colore, da giallastro ad argenteo; la pelle si ispessisce; gli occhi si ingrandiscono, mutano forma e prima di intraprendere questo viaggio, si alimentano fino a che il loro corpo diventa composto per 1/3 di grasso e a secondo delle condizioni climatiche a cui vengono sottoposte cambiano sesso e smettono di nutrirsi, i loro occhi si ingrandiscono per poter sfruttare la luce della profondità marina e iniziano il loro percorso.
Con i loro corpi completamente rinnovati abbandonano fiumi e ruscelli per spingersi nell’oceano seguendo le correnti atlantiche sino al mare dei sargassi. L’istinto è talmente forte che se gli stagni in cui vivono rimangono privi di emissari si dirigono verso i fiumi strisciando attraverso prati e campi grazie all’orifizio delle branchie molto stretto che ne evita il disseccamento. Raggiunte le acque salate, si inabissano e spariscono. Si ipotizza che ritornino verso il Mar dei Sargassi per accoppiarsi e poi morire.
Le larve, chiamate leptocefali salgono in superficie e si abbandonano alle correnti che li trasporta verso le coste europee: un viaggio di circa 3 anni dove vi giungono in primavera e in cui subiscono la prima trasformazione in cui vengono chiamate ‘ceche’.
Si ipotizza che abbiano preso il nome (ceche) dal fatto che al loro arrivo alle foci dei fiumi queste vengano catturate dalle attrezzature dei pescatori con estrema facilità come se fossero davvero ceche.
Quando l’anguilla femmina raggiunge grandi dimensioni prende il nome di Capitone.
Di abitudini notturne, abita di preferenza i fondali fangosi; può anche resistere per un certo tempo fuori dall’acqua grazie alle branchie che riescono a trattenere residui d’acqua.

MUGGINE

Nel Mediterraneo vivono 7 specie appartenenti a questo genere. I Muggini (Mugilidae) sono pesci pelagici: cioè che non mostrano dipendenze nutritive o lunghi contatti con il fondo. Si nutrono infatti di molluschi e crostacei e raspano con le labbra molto dure la vegetazione, o strappano i ciuffi di alghe per nutrirsi dei piccoli animali che ci vivono.Vanno in cerca di cibo in piccoli o grandi gruppi, soprattutto vicino agli sbocchi dei corsi d’acqua.
Il più grosso (fino a 70 cm) è il CEFALO VERO (Mugil cephalus). Le femmine adulte (6-8 anni) sono spesso accompagnate da 4 o 5 maschi più piccoli che la seguono da vicino.
Il più piccolo è invece il MUGGINE LABRONE (Mugil labeo), che arriva a 20 cm. Altre specie comuni sono il muggine dorato, il cefalo musino,il muggine chelone.
I muggini escono spesso fuori dall’acqua quando tentano di sfuggire un pericolo. Uscendo dall’acqua anche solo per un breve istante essi sono in grado di eludere il pericolo. Spesso si vedono muggini balzar fuori da un mare apparentemente calmo, ma da qualche parte il pericolo esiste: probabilmente un predatore sta per attaccarli dal basso attirato da numero di individui che costituiscono il banco.
Il caviale dei sardi è custodito fra le viscere di questo pesce. E se per le sue carni è in continua competizione con altri pesci più pregiati, in Sardegna è un vero re. Il motivo di tanto pregio sono le uova (migliaia di uova prodotte da ogni femmina di muggine): lavate, salate ed essicate si trasformano in un’autentica delizia dal sapore intenso e dal retrogusto amarognolo, quasi di mandorla: la bottarga. Furono i fenici i primi a salare e stagionare le sacche cariche di uova di muggini. Ed è il mare che bagna la Sardegna a regalare ai buon gustai la bottarga più pregiata, da assaporare boccone dopo boccone, lentamente.

LATTERINI
I Latterini (o Aterina) sono presenti in tutti i mari temperati o tropicali, presso le coste, nelle lagune e anche in acqua dolce. I Latterini mediterranei misurano circa 6-8 cm, e costituiscono un alimento popolare molto diffuso. Vivono in branchi e si possono pescare con i bortovelli in tutto l’arco dell’anno.

SPIGOLA

Chiamata anche Branzino o secondo alcuni pescatori Lupo di mare, la spigola viene generalmente pescata in mare, ma capita che alla ricerca di nuovo cibo più appetitoso viene attirata dall’acqua salmastra dei fiumi attraverso le correnti delle foci. La maggior parte dei pesci,come la spigola è dotata di una linea laterale che d’è un’importante dispositivo di senso, comprendente rami che decorrono sul capo e lungo i fianchi. Il sistema della linea laterale—innervato da alcuni nervi cranici - è in relazione con i labirinti e funge da recettore delle vibrazioni e della pressione. La spigola è una specie costiera, batte tutte le coste sia sabbiose che ciottolose o rocciose non disdegnando le praterie di zosteracee.
Predilige estuari e lagune, addentrandosi nei fiumi dal lento corso spesso per decine di chilometri dalla foce, superando talvolta zone di rapida. Forse è, almeno per la gran parte dei consumatori, la specie più pregiata; e la maggior parte del prodotto nazionale rivendibile sui mercati è di origine lagunare.

TROTA IRIDEA:
Originaria delle coste di Stati Uniti, Canada e Siberia, è stata introdotta in molti paesi (in Italia verso la fine dell’Ottocento) per la Pesca Sportiva e l’allevamento. La trota Iridea fa parte anch’essa degli abitanti del Rio Pramaera. E’ un vorace predatore non disdegnando quelli della propria specie; e si nutre sia in superficie sia sul fondo dei fiumi. Può arrivare a pesare fino a 15 Kg e raggiungere la lunghezza di 1 metro; Ha una vita media di 8-9 anni, fino a 20 anni in cattività.
Sensibili all’inquinamento sono sempre alla ricerca di acque più limpide; In Inverno la trota iridea si sposta in acque profonde, mentre in Primavera risale la corrente dei fiumi, per poi ridiscenderli in attesa dei saporiti sciami estivi di insetti.
Quando questi scarseggiano, la Trota si porta vicino al fondo per cac ciare molluschi, larve di insetti, uova di pesci e vermi. Ma quando gli insetti sono abbondanti le trote tendono a ignorare ogni altra risorsa alimentare anche se facilmente catturabile.
La trota iridea è più attiva di giorno e al crepuscolo, giacchè caccia soprattutto a vista. Mentre di notte resta nelle pozze più profon de a riposare.

SANGUISUGHE

Mi sembra doveroso parlare anche delle sanguisughe, considerato che anch’esse fanno parte in numero considerevole dell’habitat naturale del rio Pramaera.
Le Sanguisughe sono parassite e si nutrono solo di sangue; per questo a volte sono chiamate i “vampiri” del mondo dei vermi.
Anche se sembrano semplici parassiti, esse svolgono un ruolo importante nel campo della medicina per i loro enzimi dalle proprietà anticoagulanti. Questa sostanza è stata usata in campo medico per aiutare le vittime di attacchi cardiaci e di ictus, favorendo lo scioglimento dei letali grumi di sangue prima che questi potessero provocare danni irreparabili.
Usate già in antichità, oggi ospedali e laboratori di ricerca in tutto il mondo utilizzano più di 50 000 sanguisughe ogni anno.
Mangiano anche 10 volte il loro peso in un solo pasto, ma possono nutrirsi una sola volta in molti mesi. La maggior parte delle sanguisughe sono acquatiche prediligendo le acque basse ricche di vegetazione delle sponde di stagni, laghi e ruscelli a corso lento. Esse hanno pochi predatori naturali, ma molte di esse, compresa la specie della sanguisuga medicinale, sono in pericolo a causa della distruzione dei loro habitat e dei loro ospiti. Le acque acide danneggiano le sanguisughe, e via via che l’inquinamento dell’acqua e dell’aria acidifica i fiumi, le loro popolazioni cominciano a declinare. Ma anche se può essere a rischio in natura, la sanguisuga medicinale è “allevata” in tutto il mondo.
Le sanguisughe hanno due ventose: una per ancorarsi al corpo della preda e l’altra, che d’è anche la più piccola contiene le mandibole ed è usata per succhiare il sangue al loro ospite, per muoversi e per fissarsi a un sostegno. Nuota appiattendo il corpo e propagando per tutta la sua lunghezza onde di contrazioni muscolari.


2 commenti:

  1. condivido: grazie per tutte queste informazioni su quel paradiso. La cosa che mi stupisce di piu è la presenza dell iridea: non me lo aspettavo

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